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Contaminazione e onere della prova nell'arbitrato antidoping internazionale. Note a margine del “caso Iannone”

Alessandro Benincampi, Gian Paolo Guarnieri

Il contributo affronta un caso antidoping deciso dalla Court of Arbitration for Sport (CAS) in cui l’atleta è stato condannato a quattro anni di squalifica. In particolare, in riforma della decisione di primo grado, il collegio arbitrale ha rigettato l’argomentazione difensiva secondo cui l’assun­zione della sostanza dopante sarebbe avvenuta mediante contaminazione alimentare. Si aprono così riflessioni sistemiche in ordine al rapporto tra onere della prova e contaminazione, i cui esatti confini sembrano essere mobili.

 

Contamination and burden of proof in antidoping’s jurisprudence: Iannone case

The essay analyzes the Arbitral Award delivered by the Court of Arbitration for Sport (CAS) in which the athlete received the sanction of ineligibility for four years. In particular, the Court rejected the appeal filed by the racer, claiming that the Anti-Doping rule violation was not intentional as it resulted from the consumption of contaminated food. The Award opens to a series of reflections about, among other things, the relation between the antidoping’s burden of proof and food contamination.

Keywords: Antidoping, Court of Arbitration for Sport, Burden of proof, Contamination.

MASSIMA:

L’onere della prova richiesto all’atleta per dimostrare che la sostanza vietata è stata assunta mediante contaminazione di un prodotto alimentare deve esser assolto non solo offrendo la prova dell’avvenuto consumo dell’alimento ma fornendo particolari che consentano di ritenere, con ragionevole probabilità e facendo altresì ricorso a presunzioni semplici, che l’alimento fosse effettivamente contaminato.

Il testo del provvedimento commentato è disponibile in PDF in calce al commento.

 

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COMMENTO

Sommario:

1. Il caso - 2. La decisione impugnata - 3. Onere della prova e contaminazione: casistica progressiva, linee evolutive e cenni comparatistici - 4. Conclusioni minime - - NOTE


1. Il caso

L’incontro tra la settorialità dell’ordinamento antidoping e la trasversalità del processo arbitrale solleva sovente spunti dalla rilevanza sistemica e dalla efficacia prospettica. Non fa eccezione il lodo reso dalla CAS [1] di Losanna nei procedimenti riuniti 2020/A/6978 e 2020/A/7068, il quale, nell’affrontare la positività per assunzione di sostanze dopanti da parte d’un racer di Moto GP (il noto pilota Andrea Iannone), ha tracciato una linea interpretativa rigorosa, che apre naturellement a riflessioni ben più generali e a prospettive evolutive del sistema antidoping. D’altronde, non può negarsi come le plurime sfaccettature d’una situazione concreta in tale contesto e la complessità delle dinamiche arbitrali tendono a scontrarsi con l’indole inquisitoria [2] del procedimento antidoping, specie quan­do appare determinante l’assolvimento dell’onere probatorio d’una inconsape­vole o incolpevole assunzione di sostanze vietate da parte dell’incolpato. Orbene, il caso qui in interesse rappresenta al meglio la tensione tra il regi­me di presunzioni del processo antidoping e l’esercizio del diritto di difesa, spingendo tale rapporto off-limits, in un terreno che fino ad oggi era stato battuto solo raramente; e che, invece, rappresenta ormai una frontiera oltre la quale l’ordinamento antidoping nazionale e sovranazionale deve accettare [continua ..]

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2. La decisione impugnata

Il caso giunto all’attenzione della Court of Arbitration for Sports di Losanna (di seguito anche solo CAS) muove appunto dal controllo antidoping effettuato sull’atleta Andrea Iannone in occasione della competizione di Moto GP del novembre 2019 a Sepang, Malesia. Iannone, tesserato per la Federazione Motociclistica Italiana (di seguito anche solo ‘FMI’ o ‘Federmoto’) – e, più in dettaglio, per la “Aprilia Racing Team Gresini” – prendeva parte al Campionato Mondiale MotoGP svoltosi sotto l’egida della FIM – Fédération Internationale de Motocyclisme (di seguito anche solo ‘FIM’) nelle date del 1 – 3 novembre 2019. In occasione dell’ultima giornata di gara della predetta competizione, l’a­tleta veniva sottoposto a controllo (urinario) antidoping la cui elaborazione veniva demandata all’Institute of Doping Analysis and Sport Biochemistry (“IDAS”), quale laboratorio accreditato presso la WADA [5] in Germania. Successivamente, il 28 novembre 2019, il predetto laboratorio restituiva alla FIM i riscontri dell’accertamento effettuato informandola dell’esito ‘avverso’. Nel campione prelevato veniva, infatti, rilevata la presenza del metabolita “2α-methyl-5α-androstane-3α-ol-17-one” (altresì noto come ‘drostanolone’) nella concentrazione di circa 1,5 ng/ml. Tale [continua ..]

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3. Onere della prova e contaminazione: casistica progressiva, linee evolutive e cenni comparatistici

La différence tra gli esiti dei due gradi di giudizio rivela la complessità del caso deciso e, soprattutto, la difficoltà di valutare unitariamente gli elementi offerti dalla difesa del racer per dimostrare l’assunzione inconsapevole e incolpevole. Ma soprattutto, lo iato procedimentale mostra chiaramente la fluttuante e incerta ingerenza dell’id quod plerumque accidit nella giurisprudenza arbitrale antidoping. D’altronde, come visto supra, le motivazioni poste alla base della sentenza della CDI si fondavano sull’integrazione della c.d. no significant fault or negligence, ai sensi dell’art. 10.5.2 dell’ADC, sulla base di argomentazioni caratterizzate quasi esclusivamente da un meccanismo presuntivo: l’esigua quantità di drostanolone era compatibile con una unintentional occasional exposure alla carne contaminata, l’atleta non conosceva i luoghi – non avendo accesso alla hospitality area e non potendo mantenere appieno le sue abitudini, anche alimentari, e infine il consumo di carne in «high class hotels»; tutti elementi, questi, che potevano far ritenere che «one does not expect to have contaminated food». Pure si è visto, invece, come il grado di appello dinanzi alla CAS di Losanna abbia ritenuto che i fatti introdotti dalla difesa fossero allégué sans être contesté – e, dunque, n’est pas à prouver, secondo la nota [continua ..]

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4. Conclusioni minime

Il lodo in commento s’innesta, dunque, in una serie ordinata – ancorché non lineare – di decisioni che sembrano indicare una direzione univoca. Tuttavia, il dato normativo in vigore si mostra ancora graniticamente insensibile. Come noto, infatti, lo standard probatorio regolamentare richiede che l’in­colpato fornisca elementi concreti e “apprezzabilmente convincenti” che non solo possano escludere l’assunzione volontaria e intenzionale ma da cui non possa rinvenirsi nemmeno un elemento colpevolistico da rimproverare all’atle­ta – secondo quanto previsto dall’article 10.5. dell’AntiDoping Code [31]. Standard che, se disatteso, porta inevitabilmente all’applicazione della sanzione della squalifica, peraltro nella misura di quattro anni. Nondimeno, quando ci si para dinanzi alla contaminazione, la stessa capacità dell’incolpato di dimostrare l’alterazione del prodotto perde intensità. Già parzialmente diverso è il caso del prodotto “adulterato” [32], il quale sarebbe comunque riconoscibile, dovendo riportare la sostanza in etichetta – ancorché, poi, sostituita dal produttore con altra. Il prodotto contaminato, invece, non è tendenzialmente percepibile dal consumatore, che lo acquista ed assume per le qualità apprezzate in etichetta cui, tuttavia, si aggiunge la sostanza vietata. In esso, non solo [continua ..]

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NOTE

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